Se mi avvicino troppo, il vetro si appanna: è il manifestarsi del mio spettro che lascia una bava rugiadosa nel tentativo di scappare all’esterno. Come una mosca che sbatte stolta, anch’esso è attratto dalla luce, dalle forme nuove e dai colori intensi. Salpa dai miei pensieri e da lì naviga oltre la foce verso ovunque il mio sguardo si posi.

Se mi allontano, l’alone scompare. Lo spettro ora ha abbastanza rincorsa per attraversare le pareti senza marcarle con stampo alcuno: è già fuori che scorrazza.

Da un po’ ha smesso di piovere. La strada ha un bizzarro manto pezzato.

Sopra, macchie più scure, di un grigio piombo, indicano dove la spruzzata è riuscita ad aggrapparsi al terreno. Sotto, macchie più chiare, dove entità non più presenti, fantasmi di ciò che c’era durante quei pochi minuti, difendono il colore freddo e pallido, quasi color turchese, dell’asfalto al mattino. Attaccano molto lentamente le zone attigue, ma la loro linea di trincea avanza inesorabile.

Lo spettro, per il momento, rotola nel piccolo giardino che separa la mia finestra, il balcone e l’edificio dalla strada. I pochi ciuffi d’erba che hanno resistito all’inverno sono umidi e di un verde brillante. A guardare invece il terriccio marrone, sembra che non abbia piovuto da mesi. Le zolle aride creano un mosaico di piastrelle disomogenee, dove i confini sono ben marcati se non nascosti dall’erba.

L’attesa è finita, la decisione è presa: lo spettro titubante può attraversare la strada.

Molte cose sono cambiate nel tempo, ma il palazzo di fronte è forse il manifesto del mutamento sociale che è avvenuto negli anni. In apparenza non molto è trascorso, ma ricordo i tempi in cui era diverso.

I garage, le taverne o i magazzini del piano sottostrada solo di notte avevano la loro normale natura ed erano adibiti rispettivamente a rimessa per mezzi di trasporto, ritrovo o luogo dove conservare oggetti. Per l’intera giornata perdevano la loro connotazione e divenivano un unico laboratorio tessile. Questo avveniva quando il lavoro era pagato a cottimo, molto probabilmente in nero, e i datori di lavoro non erano assillanti nel far seguire gli orari di quaranta ore settimanali. Purché il lavoro venisse eseguito entro le scadenze, non c’erano vincoli di sorta: un vero telelavoro.

Oggi le lavorazioni sono sempre più complicate per giustificare il prezzo del Made in Italy e la vecchia e collaudata macchina da cucire Singer non basta da sola. I macchinari si sono evoluti, il loro costo è rilevante per il bilancio finale di un’azienda e quindi il loro numero ristretto giustifica una centralizzazione della manodopera: otto ore per cinque giorni.

Una luce elettrica usciva persistente dalla fila di bocche di lupo per almeno dieci ore al dì. Ora la si accende raramente: le stanze vivono del loro uso generico per tutto il giorno, ma non credo siano contente: perlopiù sole, pressoché vuote.

Il mio spettro intanto litiga col cane dei dirimpettai del piano romano. Si ostinano entrambi a camminare sul parapetto del balcone e nessuno dei due lascia il passo all’altro. Più lo osservo e più mi convinco che quel cane voglia essere un gatto. A volte mi aspetto che arrivino allo scontro e uno dei contendenti cada di sotto. Il mio spettro non si farebbe nulla e quindi temo un po’ per il povero Simil-gatto.

Come succede spesso i vicini cambiano. Perdi gli amici e i nemici di infanzia e crescendo diminuisce quella facilità ed estemporaneità nel legare rapporti. Dei miei nuovi dirimpettai non ne conosco nessuno. Non so come si chiamano, che lavoro fanno o come vivono. Mi accorgo di loro “di quando in quando”: quando sono seduti su piccole sdraio a prendere il sole, quando il profumo intenso della carne ai ferri attraversa la strada oppure quando agenti di polizia e carabinieri si presentano all’alba e suonano ai loro campanelli. Son quasi convinto siano vivi ad episodi, come accade per i personaggi delle serie televisive.

Fino a pochi anni fa, il palazzo si fermava al secondo piano. Oggi compare una serie di appartamenti mansardati dove prima era uno squallido e umido sottotetto. Un abile ingegnere ha certificato la ristrutturazione: l’abuso, o l’ampliamento, edilizio è stato permesso e in seguito condonato. Il cast è aumentato, ora ho più vicini episodici.

Macchie grigio piombo su altre quasi-turchese.

Il mio spettro ha smesso di lottare con Simil-gatto per il dominio del parapetto, per oggi lo lascia al suo acerrimo nemico. Attraversa la strada saltando infantile sulle macchie di colore diverso che lentamente si stanno asciugando. Con un ultimo balzo si tuffa verso me, oltrepassando velocemente il vetro della finestra. Ritorna nella mia testa: per un po’ sarà occupato ad agitare solo i miei pensieri.

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