“Caspita. Che bella giornata”, disse improvvisamente lei, allungando leggermente il collo e guardando oltre il parabrezza. Ora sorrideva e tamburellava le dita sul volante. “Non l’avrei mai detto stamattina. Quando siamo partiti era ancora buio, ma all’alba c’erano tante di quelle nuvole in cielo che non promettevano nulla di buono. Invece…”

Girò la testa un secondo, giusto il tempo per capire con la coda dell’occhio che lui era sdraiato sul sedile posteriore, rannicchiato in posizione fetale verso lo schienale.

“Invece tu dormi.” Sbuffò. “Io veramente non capisco. Cosa ti ha stancato così tanto?”

Ripensò al piccolo trasloco. Era avvenuto in piena notte, in tutta fretta. Il suo passeggero aveva fatto gran parte del lavoro. Il ricordo della sua sudata la faceva sorridere.

Una volta caricata l’auto con tutto quello che aveva pensato di poter portare con sé, lui era così stravolto e su di giri che gli fu necessario ingoiare del tranquillante prima di mettersi in auto. Ora lei pensava che forse la dose era stata eccessiva: chissà quando si sarebbe svegliato e sarebbe stato partecipe alla conversazione.

Aveva guidato per almeno quattro ore ad una velocità quasi costante. Era stata attenta a non superare mai i 100, non tanto per le possibili multe ma soprattutto per il surriscaldamento del motore. Si ricordava di quando aveva fuso il motore della sua Y10 a diciotto anni. Non ne capiva nulla di auto, lo ammetteva. Quella volta però aveva preteso troppo dalla sua auto e giurò a se stessa che non sarebbe successo mai più. Ora in mancanza di qualcuno che le mostrasse l’evidenza del contrario, procedeva alla stessa velocità con cui viaggiava con la Y10, controllava costantemente il cruscotto, quell’affare che assomiglia ad un orologio strano che misura la velocità dell’auto. Per il resto delle spie e indicatori aveva un’unica certezza: rosso è un brutto colore. Bisogna abbandonare la nave, se possibile. Mai chiedere aiuto ad estranei incontrati per strada. Non si sa mai che intenzioni malsana possano avere nelle loro teste.

Aveva guidato diligentemente per almeno quattro ore ed adesso aveva veramente bisogno di fumarsi una sigaretta come premio. Vide i segnali stradali che indicavano una piazzola di sosta ad un chilometro. Decide quindi di inserire la freccia a destra, cominciò a premere lievemente il freno scalando le marce. Vedendo la zona delimitata dal tratteggio, vi entrò con l’auto, accostò al guardrail, si fermò e spense il motore estraendo la chiave dalla scatola dello sterzo.

Si tolse la cintura di sicurezza, prese la borsetta da sopra la leva del freno a mano. Aprì cautamente la portiera e ne uscì in fretta. Chiuse l’auto girando la chiave nella serratura. Questo fece scattare la chiusura elettrica di tutte le porte. Si rifugiò immediatamente tra l’auto e la barriera metallica. Il vento provocato dai camion non le avrebbe certo permesso di accendere la sigaretta.

Aprì la borsetta e l’appoggio sul cofano, vi fece cadere le chiavi. Frugò con una mano all’interno. Scostò prima il taser portatile (che chiunque può comprare, ma trasportarlo è italianamente illegale) e poi il cellulare per estrarre il pacchetto. Accovacciata dietro il cofano, fece ruotare l’apertura rigida e scivolare fuori l’accendino e una sigaretta.

Fissò un attimo di troppo le sue mani mentre stringevano i due oggetti: stavano tremando, le sue mani (e come ovvio anche gli oggetti). Non faceva freddo, forse era tesa? Si alzò di scatto e ruotando su se stessa, gettò sigaretta e accendino oltre il guardrail. Caddero poco distanti, sul margine del campo arato che si estendeva davanti ai suoi occhi. Poco distanti e comunque irraggiungibili. “Perché lo aveva fatto?”, pensò poi. “Non bastava la sua fuga notturna a renderla libera?”

Sembrava di no. Proprio di no. Lacrime copiose si riversarono dagli occhi rigandole le guance.

Nel rumore del traffico sentì la suoneria del telefonino. Si girò e vide come la borsetta aperta brillava e si muoveva sul cofano. Fu tentata in un primo momento di farle fare compagnia alla sigaretta e all’accendino. Estrasse invece il cellulare, ma il pianto le aveva appannato la vista. Si asciugò frettolosamente il viso col dorso della mano destra e vide dal display che era suo cugino, quello che abita a ottocento chilometri di distanza e si fa vivo solo quando ha un interesse in atto.

“Cosa vorrà?”, fu il suo primo pensiero. Il secondo: “devo rispondere?”

La banchina dell’autostrada non le avrebbe permesso comunque di parlare. Quindi pensò di rientrare velocemente in auto e lo fece. Con un bel respiro, per avere un tono il più naturale possibile, rispose alla chiamata. “Oh, Gigi.”

“Buon compleanno, cugina”, disse allegramente lui.

“Grazie.”

Lei pensò che “sì, è il mio compleanno”, motivo per cui aveva deciso una fuga in quella data, un anno in più nelle stesse condizioni dell’anno precedente le avevano provocato uno stato di paura e depressione la sera prima, “ma non è questo il vero motivo per cui mi chiami.”

“Cosa fai quest’estate?”, domandò lui.

“C’è un ballottaggio tra Barcellona e Mosca.”, rispose immediatamente lei. Il ballottaggio era nei suoi pensieri fino alla sera prima, in cui meditava un’evasione limitata in una finestra di una settimana di giugno. Poi c’era stato l’incontro con un tipo, ora suo passeggero dormiente, e quattro ore in autostrada con un mezzo non suo stracarico di tutto quello di cui non si poteva separare. Come se un bruco si conservasse una foglia a cui tiene particolarmente nella larva per poi poterla portare con sé anche da farfalla. Il pensiero la fece sorridere.

Ora i piani erano cambiati, Mosca o Barcellona subito. Ma non lo disse.

“Mosca?”

Una piccola pausa. Lei pensò : “Fai finta anche di pensarci, piccolo egoista? Non è per questo che telefoni. Provaci ancora.”

Lui riprese: “Fammi sapere quando hai deciso. Potrebbe essere che mi unisco. Da noi i piani sono ancora in alto mare. Siamo indecisi tra una settimana sul sellino da qualche parte …”

Lei fece uno sforzo per ricordare un catalogo che le era arrivato qualche settimana prima, arancione con foto di persone e bici. “… con quella società, Zeppelin?”, domandò perché non era certa.

“Sì”

“Mi è arrivato il catalogo. Sembra bello.”

“Già. Ma L5 che batte su S1 mi fa desistere.”

Vedendo oltre il parabrezza, vide che aveva lasciato la borsetta sul cofano e il vento la stava facendo lentamente scivolare verso il bordo. “Cosa?”, disse.

“Problemi di schiena.”, ripeté lui. “Nuovi guai per rendere bella la vita.”

“Ah.” Lei pensò, “quando arriva al punto della telefonata?”

“Comunque ti chiamavo anche per un’altra cosa. E tanti auguri ancora…”

Lei pensò: “Ecco ci siamo arrivati”

Lei intuì qualcosa e disse di impulso: “Hai fatto un sogno?”

“Già.”, disse lui.

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