Entrai in una bolla di tempo vuoto in cui non ho impresso nessun ricordo. Non saprei esattamente cosa ho fatto o detto: prima ero ad annusarmi contrariato e dopo ero già seduto su una sedia. Quando il mio rapimento finì, mi accorsi di essere già nella casa che era di Jane, in compagnia dei suoi genitori. Loro mi fissavano silenziosi, mentre io mi stavo guardando attorno. Mi ritrovai a pensare a quanto della ragazza ci fosse in quella stanza, a quanto nell’intero appartamento.

Rimasi un momento, forse di più, a guardare uno specchio lungo che, appeso alla parete, mi rifletteva. Non ero più in maglione e pantaloni. Eppure ricordo di essermeli messi: devo aver cambiato idea nella bolla perché indossavo il vestito appena stirato sulla camicia bianca. La cravatta mancava. Forse è stato un compromesso logico.

Poi devo essere arrivato fin lì a passo svelto ma non troppo da spiegazzare i pantaloni. Avrò suonato al citofono e bussato alla porta. Quando mi hanno aperto, avrò salutato con la stessa tonalità di voce che avranno usato loro nel vedermi al loro uscio, forse anche le stesse parole.

“Salve” – “Salve”.

“Entri, si accomodi” – “Ok, entro, mi accomodo ma per poco”.

“Speriamo di non averla disturbata” – “Non mi ha disturbato, si figuri”.

Non ho dubbi, lo faccio sempre nei miei periodi automatici e la verità è che funziona.

Guardandoli dopo lo smarrimento, scrutandoli dalla mia sedia, dovevano essere stati molto addolorati e io con loro. Ma se fossero stati felici, io avrei esaltato la loro gioia di rimando. Meno male che non è successo. Non ci sarebbe stato modo di sembrare più colpevole.

Forse mi ero perso in preparazione a quello che sapevo sarebbe stata un’ora di silenzio: una madre ricurva senza forza su una sedia, strozzata dalle lacrime e oppressa dai propri ricordi; un padre che guarda fuori dalla porta-finestra perché ogni oggetto in quella stanza era stato toccato da Jane.

Volevano delle certezze. Le pretendevano da me. Ma io ero il primo ad essere pieno di quesiti. In fondo avevo accettato quell’incontro solo per studiare le loro reazioni. Ma le mie domande in quell’occasione sarebbero sembrate perlomeno strane, forse imbarazzanti. Cosa si prova? Cosa vi provoca la mancanza di Jane? Quanto a lungo sentirete il vuoto?

Una volta finito di fissarmi in cerca di risposte, si misero nelle posizioni che mi ero immaginato.

Un lungo silenzio assordante.

Mi congedai e uscii in strada. Mi aspettavo di essere travolto da un evento cosmico, da un’illuminazione proprio in quell’esatto momento. Capire cosa veramente avessero provato i genitori di Jane mi avrebbe spalancato una porta immensa nella realtà umana. Tutto invece mi era così alieno, quanto lo era stato per mia madre quando era in vita.

Girai l’angolo, salii sulla mia astronave e partii a razzo. Aspetterò la prossima occasione.

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