© Luigi Moscarelli (2006)

Verbatim copying and distribution of this entire article are permitted worldwide without royalty in any medium provided this notice is preserved.

Nasciamo tutti quanti matti. Qualcuno lo rimane. (Samuel Beckett)

L’estate può dare alla testa. Il caldo può sovreccitare la mente. Il troppo tempo libero può centuplicare le elucubrazioni del cervello. Per gli adolescenti gli effetti deformano la loro visione della realtà e, a volte, la realtà stessa come in presenza di eventi emozionanti. La follia per loro è solo questione di tempo e di occasione.

Carrie White è una esagerazione della realtà. Gli X-men sono semplicemente fantastici nei loro costumi sgargianti, niente di più. Jujù e Frafrà sono invece una certezza. Personalmente ritengo che i poteri ESP come telecinesi e visioni paranormali siano una finestra sulle possibilità umane, né più né meno. È assodato che non utilizziamo tutte le potenzialità del nostro cervello. Io suppongo che la chiave sia la pigrizia e il tempo che noi passiamo a vagliare nuove possibilità del nostro pensiero. Sembra essere più facile abbandonarsi alle abitudini che staccarsi da esse.

C’è chi dice che cambiare equivale sempre ad evolversi, qualunque strada si scelga. Non di meno, un mio amico che chiameremo Paolo ha tentato di cambiare semplicemente la mano con cui è solito prendere il caffè. Risultato: non è riuscito a berlo e se l’è versato addosso e in terra perché, oltre ad essere idiota, il suo cervello annebbiato dal sonno e che connette dopo mezzogiorno aveva bisogno di un maledettissimo caffè e non era disposto granché a compiere giochi ed esperimenti di prima mattina.

Ed ora vi porto il mio caso da confini della realtà. Qualche anno fa, ormai un’altra vita, ero scout. Mi iscrissi in seconda media sotto l’influsso parentale che voleva che uscissi di casa il sabato pomeriggio, che facessi qualcosa di sano, a volte socialmente utile e che aumentasse le mie amicizie. All’epoca ero tante cose, tra cui introverso e diffidente all’ennesima potenza. Gli scout non mi aiutarono nella mia indole a rinchiudermi in me stesso con un fiammifero per far luce. Per quel cambiamento, se c’è stato, dovetti attendere una maturazione personale che nessuno ha potuto mai accelerare. Ho sempre avuto bisogno del mio tempo, di solito il doppio del normale (alle donne: a chi vuol intedere, intenda…), ma alla fine riuscivo e miglioravo. Il periodo mi servì comunque a capire che c’è sempre una ragione, che sia scientifica o dogmatica. C’è un motivo per cui una persona adulta di cinquanta anni si mette una camicia, un fazzolettone attorno al collo e i pantaloncini corti di fustagno quando arriva aprile, e ad aprile fa ancora freddo, mettendosi in marcia per le montagne seguito da una coda di bambini e ragazzi di varie età. Chi non ha mai fatto volontariato si limita a dire “Varda ti chel cojon in braghete corte!”. Io lo stimo, sapendo che lo fa per un buon motivo.

Non è il grassone in pantaloncini il caso soprannaturale, ovviamente, ma l’introdurre mi ha forzato la mano e mi sono perso. La vita giovanile negli scout è divisa, per quanto riguarda l’associazione di cui facevo parte, in tre branche di età. Come dicevo, mi iscrissi in seconda media. Feci quattro anni in reparto, la branca di mezzo, e poi tre anni tra i rover. Al secondo anno del roverismo si acquisisce un Totem del gruppo. Il Totem è un nome identificativo che dice semplicemente che fai parte di un piccolo gruppo. Del tuo nome stabilisci la forma animale che interpreterai, motivandola con una riflessione personale. Il gruppo stabilirà in seguito l’aggettivo che verrà accostato all’animale.

Io, che non volevo ritrovarmi con animali possenti ed ingombranti nel mio futuro, scelsi uno che stimolava all’epoca tutta la mia fantasia. Il suo esempio è di volontà nel cambiare le cose per migliorarle, evolversi e al contempo è di una diffidenza unica nel mutare, perché non si accontenta di trovare strade nuove, ma le deve testare prima di accettare il cambiamento e abbandonare le sue sicurezze. Mi ci vedo ancora nel mio Totem. Nell’aggettivo non più, o non così tanto.

Il mio caso soprannaturale è che ho intuito l’aggettivo che mi avrebbero dato, “previdente”, ben prima che lo comunicassero. All’epoca mi preoccupavo di ogni dettaglio, pianificavo tutto e forse “previdente” era la scelta più logica, come direbbe Spock. Più probabile è che io ne avessi parlato qualche giorno prima, fantasticando su quale sarebbe stato l’aggettivo e che poi il gruppo di totemizzati abbia deciso da quelle chiacchiere. Ma per fortuna questa è una porta chiusa, saldata e archiviata nel passato e che comunque vi lascia con un quesito: “ Che razza di animale avrò mai scelto?”

Ora, solo per prepararvi un po’: questa che sto per iniziare è una storia complessa, che si dipana per bui corridoi serpeggianti e si sofferma su numerose porte chiuse. Ma per poco, giuro. La meraviglia di trovare ostacoli secondo me è di studiare un modo per superarli, magari il migliore. Inoltre, una porta chiusa lo è sui due versanti. Tenere in mente questo può far comprendere che a volte non c’è differenza tra bene e male, tra bianco e nero, tra Jujù e Frafrà.

“Questa sarà una esperienza unica”, disse Francesca esultante. “Qualcosa che ricorderemo in futuro, di cui ci vanteremo con le amiche…”

Giulia la guardò con aria torva. Infine disse “Qualcosa che non andrà certo sul mio curriculum vitae, a meno di forte masochismo, ti pare? E comunque…”

“Comunque, dovunque. Ti dico che sarà il modo migliore per passare la nostra estate lavorando e tu pensi ad un foglio di carta che vale meno di niente e che neanche la metà delle persone assegnate alla selezione si degneranno di leggere, che pensi?”. Francesca strappò il volantino bianco appuntato alla bacheca degli annunci di fronte all’oratorio del paese. Dopo uno schiarimento della voce, ne recitò il testo enfatizzando tutte le parole: “Ditta di spedizioni, servizio postale e volantinaggio cerca collaboratori per lo smistamento di elenchi telefonici per gli abbonati dell’anno corrente. Maturità scientifica e l’essere auto muniti sono titoli preferenziali. Per maggiori informazioni…” Ripiegò con cura il foglio e se lo infilò nella tasca dei pantaloni. “Hai sentito, i Titoli Preferenziali?”

“Sì, che li ho sentiti. Anche se non ho capito a cosa serve la maturità scientifica in un lavoro del genere”, obbiettò Giulia. “Intanto telefoniamo, valutiamo l’offerta e poi decideremo come organizzarci per il lavoro, ok?”

“Allora, hai accettato. Che bello, sono felicissima, entusiasta”, disse Francesca al settimo cielo, applaudendo con tanta energia da arrossarsi i palmi delle mani. “Altrimenti, avrei potuto tirare fuori dal tuo armadio qualche scheletro che i tuoi genitori non conoscono e presentarglielo, non trovi?”

Giulia prese il cellulare ed entrò nel bar dell’oratorio. La strada principale era piuttosto trafficata e Giulia pensò che per ricevere le informazioni sul lavoro sarebbe servito il massimo silenzio. Il bar dell’oratorio, d’altra parte, non aveva clienti in quel momento. Forse perché erano le tre del pomeriggio di un giorno feriale. Francesca la seguì a ruota. Si sedettero ad un tavolo laterale nell’ampio locale e ordinarono un acqua tonica e un caffè.

Compose il numero che le lesse Francesca, riprendendo il volantino custodito nella tasca dei pantaloni. Nell’intervallo di attesa le disse che non aveva ancora accettato, e non l’avrebbe fatto solo per amicizia.

Ma la voce dall’altra parte della linea le fece cambiare idea. Qualcuno aveva aperto la comunicazione dall’altra parte. Silenzio.

“Pronto”, disse Giulia dove due secondi di attesa.

“Schiavo tuo, Giulia”, disse la voce con tono rassicurante.

Francesca sentì soltanto la prima frase. Poi vide Giulia cambiare la sua espressione, da sorpresa a preoccupata e infine a seria. La sua amica annuiva ogni tanto, ma non disse una parola per i seguenti due minuti abbondanti.

Infine, Giulia concluse la telefonata dicendo “Ok, ci troviamo domani in piazza con l’auto per avere il materiale. Tutto chiaro, grazie e arrivederci.”

Francesca attendeva che l’amica le riferisse sulla telefonata. Sapere quanto avrebbero preso aveva la sua importanza, anche se all’amica aveva fatto capire il contrario. E inoltre, sapere quanto avrebbero lavorato per il loro compenso forse era ancora più cruciale.

“Ci pagheranno venti centesimi a copia che recapitiamo e dieci per ogni elenco recuperato. Mi sembra un’offerta ottima”, disse soddisfatta Giulia. “Domani andrò con l’auto di mia madre in piazza per ricevere i primi cento elenchi imballati, in totale ne smisteremo almeno cinquemila. Fatti i conti, a fine estate potremmo avere mille e più euro a testa. Non mi pare male.”

Francesca sentita la cifra totale si dimostrò gioiosa all’ennesima potenza. Non pose obbiezioni. Rimasero d’accordo che Giulia sarebbe passata da lei l’indomani, dopo aver ritirato il primo carico di elenchi, verso le tre del pomeriggio.

Giulia arrivò rombando nel vicolo dove abitava Francesca.

L’auto della madre di Giulia era una “non più gagliarda Y10 bianca lusso contenuto” il cui massimo tuning era un vecchio adesivo “Bimbo a bordo” di quando la sorella minore di Giulia, ormai sedicenne, era ancora in età da seggiolone e pannolini. L’assetto era ribassato, ma non perché ci fossero minigonne ad aumentare l’aderenza dell’auto, più probabilmente per il carico di elenchi telefonici che riempivano l’esiguo portabagagli e il vano passeggeri. Ciò metteva a dura prova gli esausti ammortizzatori e sotto pressione i pneumatici lisci come quelli per le monoposto da corsa.

Fin dalla via più grande che si incrociava per arrivare lì si erano sentite strombettate di clacson. Era il segnale: Giulia era arrivata con l’auto colma d’elenchi del telefono nel vano posteriore.

“Ciao. Io esco. Vado con Giulia”, disse Francesca in direzione della madre indaffarata in un’altra stanza.

Un nuovo muggito si sentì provenire dalla strada. Questo, però, più prolungato come se fosse stato emesso da una mucca con le doglie. Giulia suonò ripetutamente il clacson. Il rumore era ancora vivo e vibrante, fatto ad indica che dopotutto la madre forse non l’aveva mai usato. Sempre ad un muggito però somigliava, forse era così fin dal primo giorno che l’avevano avuta. E mentre Giulia pensava di dire alla madre, quando sarebbe tornata quella sera, che sarebbe stato meraviglioso se avessero cambiato il clacson, Francesca stava ancora discutendo con la madre. Frammenti di conversazione arrivavano anche in strada, lì dove Giulia cominciava a far manovra per l’inversione di marcia. Sì, lo farò quando torno… supposte?… messe!… compiti?… estate! Il senso s’intuiva anche in fondo la via, se qualcuno avesse voluto ascoltare. Dopo due innesti di prima e una retromarcia, Giulia era pronta per ripartire. Francesca uscì in quel momento con lo zaino vuoto sulle spalle e dopo aver aperto e chiuso il cancello, aperto e sbattuto vigorosamente lo sportello dell’auto si ritrovò anche lei all’interno dell’abitacolo. Ora potevano partire!

Giulia stava guardando dubbiosa Francesca, mentre questa era inginocchiata sul sedile con le spalle al parabrezza ad infilare nello zaino più elenchi fosse possibile.

“Che c’è? Perché non partiamo?”, domandò Francesca quando si accorse che non si stavano movendo.

“Che ci devi fare con le supposte?”, la rimbeccò Giulia.

“Niente. Ti spiego dopo. Adesso andiamo.”

Giulia sgasò con l’auto. Mise la seconda alla fine della prima curva e uscì dalla via. Erano le 14,30 del 13 luglio 2002 e a casa non fecero mai ritorno.

Ricapitolando: avevano trovato un lavoro per l’estate: consegnare elenchi del telefono. Insieme avevano visto l’annuncio affisso sulla porta a vetri del bar parrocchiale. Entusiaste entrambe, erano andate e avevano avuto la zona di smistamento. Il posto non era quello in cui vivevano e il compenso pattuito avrebbe coperto a malapena il costo della benzina, ma non importava. Avrebbero vissuto un’esperienza unica e meravigliosa. Giulia avrebbe messo a disposizione l’auto, una non più gagliarda Y10 bianca lusso‑contenuto, e Francesca l’amicizia. Per la benzina avrebbero fatto a metà, ma solo a fine del lavoro. Fino ad allora la proprietaria dell’auto, che non era Giulia ma la madre, avrebbe fatto credito illimitato alla figlia e all’amica. Inutile dire che quel debito non fu mai estinto. Ma vista la sparizione dell’auto, dei circa quattromila elenchi e… beh sì anche delle due ragazze, la benzina non pagata era l’ultimo dei pensieri.

13 Luglio 2002, ore 14,30 all’incirca: l’ultimo momento conosciuto in cui le ragazze furono viste. Francesca Pajarin, detta Frafrà o VOTA-PAJARIN, finì di pranzare, salutò di fretta sua madre e trottò per le scale di casa. Contemporaneamente, Giulia Scalzolaro, conosciuta anche come Jujù, la stava attendendo, con l’auto in moto davanti al cancello, il motore su di giri, suonando ripetutamente il clacson. Francesca salì nella non più gagliarda Y10 bianca lusso‑contenuto, chiuse lo sportello e l’auto s’allontanò velocemente per poi svoltare in fondo alla via e far perdere le proprie tracce. Le ragazze avevano con sé i propri telefonini. Ma quando fu segnalata la scomparsa dell’auto, degli elenchi e… beh sì anche di Giulia e Francesca, gli apparecchi non rispondevano. ***, messaggio gratuito: il telefono della persona da lei chiamato potrebbe essere spento o al momento non raggiungibile. La preghiamo di… Così la voce registrata dichiarava in ambedue i casi.

Le speranze di veder ricomparire la non più gagliarda Y10 bianca lusso‑contenuto, gli elenchi e anche le due ragazze si dissolsero nel giro di un paio di settimane e le energiche ricerche di polizia, carabinieri e boy scout si stemperarono in ancora meno tempo. Nessuna traccia dell’auto, niente elenchi e neppure un pezzo di Jujù e Frafrà. Neanche un teschio umano spuntò dai campi, nessuna tibia umana fu riportata a casa dai cani giocherelloni della zona.

Nessuno le aveva viste dopo le 14,30 di quel giorno. A nessuno fu consegnato un elenco quel giorno perché nessuno le aveva viste a Gola, il piccolo paesino in cui loro dovevano distribuire i libroni bianchi. Negli ultimi giorni in cui furono portate avanti le ricerche, alcune idee si fecero strada e rapidamente divennero più probabili di quelle di rapimento e omicidio. Alla fine si suppose che di Jujù e Frafrà si fossero perse le tracce perché era così che loro volevano. Erano scappate di casa, a soli 18 e 17 anni rispettivamente.

Questa l’intuizione che venne alla polizia e con questa chiusero il caso di sparizione. Non che la supposizione fosse venuta dal nulla, anzi erano in molti a pensare che come minimo ad entrambe mancasse un venerdì. Gli amici avevano confermato i sospetti nel testimoniare i loro repentini cambi d’umore e l’incessante desiderio di compiere viaggi all’estero. Già a due settimane dalla scomparsa, voci di paese le davano per fuggitive. Si diceva che fossero arrivate in Spagna, alla media di settanta chilometri orari, con la non più gagliarda Y10 bianca lusso-contenuto e da lì si fossero date alla macchia. Magari lavoravano come cameriere sul porto di Barcellona, o s’erano ridotte a peggior condizioni. Ma era opinione di tutti che erano felici così, altrimenti perché scappare? Le famiglie non avevano fatto mancare loro niente. Il loro unico lavoro era la scuola e, a giudizio di professori e compagni, Jujù e Frafra se la cavavano egregiamente, più Jujù che Frafrà. Ma nessun problema su quel fronte.

L’idea che fossero dirette in Spagna fu indotta dall’intuizione di qualche malalingua. Questa affermava che se non erano state costrette, allora qualcuno le aveva attirate fuori del nido. La polizia esaminò tutte le possibili conoscenze che le ragazze avessero in comune. I pettegoli dicevano che Jujù e Frafrà avessero fatto conoscenze via Internet, in Chat Room e cose del genere, e in quel modo avessero conosciuto Miguel, Manuelito e altri spagnoli che con un nickname carino e delle frasi ad effetto avevano loro fatto girare la testa. Dalle ricerche della polizia non risultò nessun Miguel, nessun Manuelito e neppure uno spagnolo, tranne un penfriend di Giulia che non aveva sue notizie da sei mesi prima.

La gente per le strade inventava nuove storie di loro apparizioni in abiti succinti, di coinvolgimenti nel traffico internazionale di droga. Gli amici non sapevano cosa dovessero pensare: otto anni nella stessa compagnia bastano per conoscere una persona? C’è chi dice che dopo un giorno sai come ragiona, per altri una vita non basta a scavare nella mente di qualcuno.

Jujù e Frafrà erano sempre una sorpresa, il limite alla stupidità umana non è stato ancora trovato: la conclusione fu che dopo la prima settimana si erano convinti anche gli amici che fossero fuggite. I più tenaci furono i rispettivi genitori che dopo un mese speravano che almeno l’auto tornasse, fosse ritrovata intatta. Con o senza di loro era lo stesso.

© Luigi Moscarelli (2006)
Verbatim copying and distribution of this entire article are permitted worldwide without royalty in any medium provided this notice is preserved.